
...la prima, che è anche la più intuitiva, è che il colore non è altro che l'evoluzione naturale del disegno, e viceversa.
Disegno e colore sono due percorsi paralleli che si alimentano e si migliorano a vicenda. E' difficile pensare di diventare dei bravi coloristi senza saper disegnare. E più si migliora con il disegno, più si migliorerà nella colorazione, e viceversa.
Il trait d'union di questa corrispondenza si evidenzia soprattutto nello sviluppo delle volumetrie, ovvero la tridimensionalità del disegno, sviluppato dal gioco di luci e ombre del colore. Affinché ci sia una corretta definizione dei volumi di un disegno, attraverso il colore, è necessario appunto che si parta da un disegno dalla corretta costruzione geometrica; l'anatomia di una figura umana, la prospettiva di un ambiente, l'architettura di un palazzo, niente deve essere lasciato al caso, a prescindere dallo stile che stiamo utilizzando (sia esso realistico, grottesco, umoristico, ecc...).
Colorare, per esempio, una corretta anatomia, significa conoscerla a propria volta, e capire come vi ci si appoggi la luce sopra.
Ecco perché considero il lavoro del colorista al pari del lavoro del disegnatore (sto ragionando nell'ambito di una classica catena di di montaggio dove disegnatore e colorista sono due figure distinte), perché ciò che il disegnatore suggerisce con il suo segno, il colorista deve suggerirlo con il suo colore, con un intervento della medesima importanza. Come due discorsi che si sovrappongono, al nocciolo della questione.
Se uno dei due sbaglia, il risultato è compromesso.
PS: il disegno pubblicato a inizio post è la cover di un progetto un po' particolare, di cui vedete delle vignette anche nel precedente articolo. Si intitola "3 di notte" e mi vede lavorare a fianco di 2 persone tra le più geniali che conosco...capirete presto perchè!